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L'ORA DEL PASTO.

TROVATI, IL VIAGGIATORE DEL TEMPO

Strada. Case. Gente. Cielo. E un’ombra.
Strada: piatta, liscia, libera. Strada: nera, grigia, bianca, nera buia, grigia sfumata, bianca accecata. Strada: scritta manuale, vernice bianca, lettere maiuscole.

 

Case: uno due tre piani. Case: camini, finestre, balconi. Case: imposte, ringhiere, lampioni. Case: cavi, vasi, piante. Case: cinque palloncini e una bicicletta, segnali di festa e simboli di appartenenza, a un mondo, a più mondi, quelli del ciclismo e dell’allegria.

 

Gente: uomini e donne, cappellini e mascherine, magliette e camicie, pantaloni lunghi e corti, occhiali da sole e sandali, scarpe da tennis e da vela, facce, occhi, sorrisi, popolo che è anche comunità, tribù, passanti ma immobili, viandanti ma fermi, spettatori ma anche attori.

Cielo: nuvole lievi, leggere, timide, indecise, protettive, curiose, una volta tanto sono loro a guardare giù, fra la gente, e non la gente a guardare su, fra le nuvole o alle stelle.

E un’ombra: l’ombra di una bicicletta, di un uomo in bicicletta, l’uomo sui pedali, la bicicletta ai suoi piedi, l’ombra proiettata su una casa, la ruota anteriore raggiante e trasparente, quella posteriore lenticolare e crepuscolare.

È il Giro d’Italia: lo certifica la scritta, ACIREALE È GIRO, lo circondano le case, lo testimonia la gente, lo gode il cielo, lo rivela l’ombra. È il Giro d’Italia: che va nelle case, dalla gente, sotto il cielo, fra le ombre. È il Giro d’Italia: che viene e va, decolla e precipita, scatta e stacca, sgomma e frulla. È il Giro d’Italia: che si intuisce e si individua, si specchia e si riflette. È un centimetro, un centesimo, un centigrado del Giro d’Italia.

Ed è il Giro (uno dei Giri) d’Italia di Alessandro Trovati. Fotografo, 25 anni con Associated Press e Pentaphoto, dallo sci al nuoto, dal ciclismo al sub, dalle Olimpiadi ai Mondiali, dal Giro al Tour. Testimone e allo stesso tempo interprete, cronista e allo stesso tempo artista. Poter cogliere l’attimo e saper moltiplicare l’attimo fino a un quotidiano, a un settimanale, a un mensile, a un annuario, addirittura all’eternità. Un viaggiatore nel tempo, un fabbricante del tempo, un misuratore del tempo.

MARCO PASTONESI

Giro D'Italia 2020, Monreale

LO SPORT IN BIANCO E NERO DI ALESSANDRO TROVATI

Ritengo che, guardando questa nuova selezione di “Lo sport in bianco e nero” di Alessandro Trovati a cura di Federicapaola Capecchi per la mostra a Milano a Palazzo Castiglione e Mariotti in collaborazione con Canon dal 19 ottobre al 3 novembre 2020, emerga ancora di più il valore di questa scelta.

Il rigore e la pulizia, i controluce e le prospettive, le linee e le curve, il movimento e le parole che contaminano il paesaggi e i campi degli atleti aprono scenari inaspettati che nulla invidiano alla bellezza armonica delle statue degli atleti greci. Tutto sembra immobile e perfetto esattamente nell’attimo dopo in cui si è consumata la fatica di un movimento, di uno scatto, di un sollevamento, di una salita, di un tuffo.

 

Le azioni sembrano consumarsi nell’assoluto silenzio, quello che merita la contemplazione dei campioni dello sport, capaci di superare il limite, di diventare idoli di ciò che vorremmo essere, testimoni della possibilità di raggiungere sempre nuovi traguardi facendoci sentire come dei, senza mai però farci perdere l’orgoglio di essere e rimanere uomini.

MELINA SCALISE

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ALESSANDRO TROVATI
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ALESSANDRO TROVATI: TRA POESIA E ANTIMETODO

Respiro. Guardo l’acqua. Respiro. Guardo davanti a me. Socchiudo gli occhi, li riapro. Respiro. Salto. Non un rumore, nemmeno la sensazione dei mille occhi delle persone e dei fotografi. Solo il silenzio che tutto tace. Il mio corpo mi supera, una luce azzurrina filtra le ombre che si dilatano e colano sui muri come acqua, lame di sole tagliano la superficie che mi aspetta. Sento la pressione dell’acqua, il respiro e il movimento sono all’unisono, incessantemente, come sabbia in una clessidra”.

Questo sembra sussurrare la fotografia di Alessandro Trovati della nuotatrice al trampolino di tre metri alle Olimpiadi di Rio 2016. Pare di poter ascoltare i suoi pensieri. Sembra prendere corpo visibile, nei sapienti giochi di chiaro scuro, quanto questo suo volare nell’acqua abbia il sapore di un semplice desiderio di esistere; quanto questa fotografia abbia quello della poesia.

Quell’espressione quell’accento quel segreto che gli sembrava d’esser lì lì per cogliere sul viso di lei era qualcosa che lo trascinava nelle sabbie mobili degli stati d’animo, degli umori, della psicologia […] La fotografia ha un senso solo se esaurisce tutte le immagini possibili. […] – Da Gli Amori difficili – L’avventura di un fotografo di Italo Calvino –

L’occhio di Alessandro Trovati si muove come l’occhio del poeta, con innata capacità di leggere dentro la luce, le prospettive e nel tempo. Il poeta le traduce in un mondo di parole, Alessandro Trovati in un mondo di immagini.

Ogni fotografia di questa esposizione è un discorso a sé, anche nel formato, perché ognuna prende la sua specifica forma ai vostri occhi nel suo proprio percorso: scaturita da una luce esterna o proveniente da un pensiero recondito, addormentata nel buio del mirino e risvegliata da un movimento in particolare, fluttuante tra l’essere una diretta visione del mondo dello sport o una sua rappresentazione iconografica.

 

Ognuna un discorso a sé ma, insieme, rendono visibili le affinità alla base di questi due corpi artistici. Persino Baudelaire – nonostante sia il primo a sostenere che la fotografia non sia arte – parla in più occasioni della relazione poesia-fotografia (Journaux intimes (1887), Mon coeur mis à nu; CEuvres postumes 1908).

La fotografia è un luogo poetico. In queste di Alessandro Trovati si presenta, in un’aria opalescente da neve o nel vuoto d’aria di un tuffo o di un salto, capace di essere contemporaneamente rappresentazione, ritratto, sembianza, ombra e idea. Giocando con il tempo. 

Tempo che si inscrive nella fotografia. Alessandro Trovati, come la luce, lo amplia e trasforma forse ancor più di quanto fecero i futuristi – quando usarono la fotografia – in una ricerca tecnica ed espressiva volta a fissare il gesto pur cercando di mostrarlo come un movimento fluido libero nello spazio.

 

Alessandro Trovati, come Ernst Haas, immerge così completamente nel suo mondo figurativo facendo percepire concretamente il rapporto tra tempo e fotografia, tra peso dei colori e del monocromo e la forza della ricerca.

Così la mostra apre con una fotografia/poesia. Un semplice desiderio di esistere.

Tra le prime cose cui la mente va è questo pensiero, con la leggerezza dovuta, con la profondità desiderata da ognuno di noi. La stessa leggerezza dovuta e la stessa profondità ritmata della poesia.

È una foto destinata a cambiare la fotografia sportiva così come la conosciamo e la accettiamo troppo spesso, alterando i presupposti precostituiti che circondano e supportano l’ideologia insidiosa di una cultura fatta di convenzioni.

È il movimento, la prospettiva, l’esperienza di Alessandro Trovati che compaiono forti. Ma più di tutto la sua posizione, il suo coinvolgimento nelle situazioni che documenta – a livello fisico, estetico, sportivo ma persino etico – e tutto ciò respira in questa foto. La sua partecipazione attiva nelle situazioni si evolve in questa fotografia  a tal punto da dargli la responsabilità – e la possibilità – di far credere all’osservatore che la libertà esista. Non è una responsabilità etica da poco.

È una fotografia che fiata di vissuto, che arriva dal corpo e vi respira, senza automatismi né artifici tecnicistici.

È una “propaganda antimetodo” se vogliamo vedere … la deformazione – eppur bellissima – della scultura del corpo, l’asimmetria, una qual rivoluzione cercata nello scenario e negli elementi che la contengono, eppure il suo puntinismo compositivo e di scelte di ciò che è in primo e secondo piano, di ciò che è attivo e passivo, di tutto quello che ci obbliga a cercare muovendo l’occhio in ogni cono d’ombra e di luce della foto.

Una propaganda antimetodo più che tecnica di significato: non si limita a documentare, fare cronaca bensì inizia a scrivere un racconto.

Racconta l’uomo e ogni suo sforzo e vittoria contro il limite.

L’esistenza in fondo riguarda la ricerca incessante di una vita piena di intensità, una sorta di corsa ricorrente, sempre anche alla ricerca di qualche limite, perdita di equilibrio o di un tuffo nel vuoto. Come questa fotografia.

Questa mostra non vuole far comprendere lo sport ma permettere di sentirlo. Vuole mostrare come Alessandro Trovati stia guidando la fotografia sportiva e il modo in cui la percepiamo oggi, proprio come fece, all’epoca, Gerry Cranham. Perché ogni sua fotografia tocca molti aspetti della vita dello sport ma anche delle arti.

Fotografie che esaltano le qualità e l’anima dello sport. Che conservano le pulsazioni della vita, che con un ritmo di pura azione innescano racconti che trascendono il singolo momento.

Non abbiamo dinanzi agli occhi dei momenti “fermati” ma bensì liberati dal fluire della realtà.

Sono un soffio di vita, come “il semplice desiderio di esistere” alias “Rio 2016 Olimpiadi, Tuffi Trampolino 3 metri”.

Sono un omaggio all’atleta e alla grandezza dei suoi sforzi e alla sua dedizione.

 

Alessandro Trovati sviluppa magistralmente questa intima dedizione, iniziata nella prima metà del secolo con il bianco e nero di Hy Peskin, Gerry Cranham, Mark Kauffman, Toni Frissell, Robert Riger, Robert Gomel – solo per citarne alcuni che sentiamo più vicini -.

Riguardate le fotografie, ancora una volta, lenti, prima di andarvene. La grandezza travolgente, l’impatto feroce e la quieta bellezza del suo bianco e nero, del suo racconto ed anche le affermazioni del colore sono qui, insieme ai pensieri del fotografo. Li vedete.  

Come percepite che nello sport, nella gara con il limite, in sfida con altri, c’è bellezza e armonia, una poesia dell’equilibrio di tutti i popoli insieme.

 

Potremmo dire, allora, che lo sport come lo racconta Alessandro Trovati sia un vero e proprio inno alla bellezza e all’umanità.

FEDERICAPAOLA CAPECCHI

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ALESSANDRO TROVATI E IL CORPO CHE RACCONTA

Il volto quasi in superficie, verso l’alto. Non riusciamo a vedere bene gli occhi, l’espressione, perché fissi su quel punto preciso di consistenza d’acqua in cui lei sta condensando ogni pensiero; ma li percepiamo, e ne esauriamo tutte le immagini possibili.

La bocca è chiusa, il respiro in apnea di chi ha appena conchiuso un difficile volare cade nella curva accogliente delle gambe e del petto, dinanzi al suo naso; le parole del suo pensare prendono corpo visibile nei sapienti giochi di chiaro scuro sopra, sotto e attorno a lei … “la musica, ho appena volato davvero, chiuso il giro e il salto.

Ho fermato il tempo, raccolto le emozioni, e tra un istante volerò di nuovo. Non ho paura!” Sembra avere cuore e anima alleggerite.

Il bianco e nero di Alessandro Trovati ci fa sentire la musica, muove l’aria attorno a noi; e la consistenza d’acqua ancora sembra spostarsi al suono del nuotare di mani e piedi .

Ci fa immaginare sul corpo il riflesso di tutti quei volti fissi, dei mille occhi della gente e dei fotografi, per vedere tutto di quella evoluzione, esibizione, da ogni angolo, da ogni prospettiva.

Ci restituisce un movimento che fluisce incessantemente come sabbia in una clessidra, nonostante la colga nel momento di stasi.

Ci da gli applausi crescenti e poi il silenzio che tutto tace, e fa soffermare il nostro sguardo su un improvviso e assoluto bagliore in cui tutto può avvenire e raccontarsi. Quello in cui ci rendiamo conto che le nuotatrici sono due, una sull’altra.

Un’azione fuori dal tempo, chiarezza della forma, intensità del carattere, tanto del soggetto quanto del fotografo. Alessandro Trovati va diretto all’essenziale ed estrae il messaggio.

È come se spogliasse l’immagine di tutti gli elementi che possono essere di disturbo. Lascia solo il corpo, e il corpo principale dell’idea che ha visto, in una visione in cui la sensazione, la storia, il racconto, l’immaginazione e la composizione stanno alla base del linguaggio e del messaggio. Gioca con le forme attraverso luci ed ombre. L’impressione è che il tempo si dilati in questa fotografia, così come avviene quando sei a teatro.

 

Lei e l’intera fotografia sono avvolte da una misteriosa quiete, un silenzio corposo risolve e conchiude forme e ombre, accentua il gioco col contrasto e consente di intuire e visualizzare ogni movimento e gesto che inciderà e disegnerà lo spazio.

Alessandro Trovati ha un gioco sapiente della luce che da corpo alle parti della scena più interessanti. Lo spazio dell’acqua è il palcoscenico, le braccia stanno recuperando l’asse, chiudono il vortice del movimento per ritrovare il centro e la verticalità … tutto di questo corpo, benché noi lo si veda in stasi, gioca con la ricerca continua di nuovi movimenti che verranno di lì a breve, con le ombre che esistono anche nella transizione da un movimento all’altro e dalla verticalità alla torsione.

 

A raccontare una storia. Oltre la sua impeccabile capacità di cogliere e “fermare” movimenti complessi, Alessandro Trovati elabora particolari effetti con le ombre, i neri e i grigi.

Uno stile, questo di Trovati, che è un linguaggio fatto di purezza del gesto e di bellezza.

Come per Italo Calvino lo è la fotografia, per Alessandro Trovati ogni singolo movimento, postura del corpo o gesto atletico è punto di partenza di una storia, la scintilla bastante a mettere in moto la macchina dell’immaginazione narrativa e della sua grande passione: il bianco e nero. Sì, ha una forte passione per il bianco e nero, nonostante le commissioni lo portino quasi sempre ad usare il colore.

E la forza della narrazione di Alessandro Trovati trova la sua sublimazione nel bianco e nero. Esprime con densa corporeità e musicalità il suo estro artistico nella composizione di una fotografia in bianco e nero tecnicamente elevata e poeticamente intima. Luce e buio, chiusura e apertura, sfumature e gradazioni di ombre e grigi, silenzio e mistero, e un improvviso e assoluto bagliore in cui tutto può avvenire e raccontarsi.

L’intensità e il carattere del Bianco e Nero di Alessandro Trovati manifesta con forza l’essenza del soggetto, e di come lui ha scelto di coglierlo e guardarlo, ne svela l’intimità di ogni espressione, anche laddove non vediamo direttamente il volto.

Esattamente come in questa fotografia. 

FEDERICAPAOLA CAPECCHI

Lo sport in bianco e nero di Alessandro Trovati

UN SEMPLICE DESIDERIO DI ESISTERE

APPUNTI SU UNA FOTOGRAFIA

In questi giorni in cui #iostoacasa ma #larteresiste e #lafotografiaresiste  vi  parlerò un po’ di lui e del suo fotografare, dimostrerò, anche qui, perché è tra i più grandi fotografi sportivi al mondo, perché  è tra i nostri grandi fotografi  italiani (senza specifica di genere), vi racconterò aneddoti, progetti  fatti, in fieri e prossimi – ne abbiamo ancora tanti in agenda e da realizzare nel tempo.

 

Let’s start!

 

Tra le tante cose, fa parte del nostro lavorare insieme avere una comunicazione e dialogo costante.

Capita sovente dunque che Alessandro mi mandi delle foto, a volte anche mentre è in action o shooting.

Ne dialoghiamo sotto ogni punto di vista, anche via chat, così che il dialogo avvenga ‘a caldo’.

Il risultato è una crescita, di entrambi ed uno stimolo ulteriore.

 

Oggi, di questa modalità, vi mostro questa fotografia accompagnata da miei appunti  in questo nostro dialogo.

 

Vi mostro proprio questa fotografia, per iniziare una serie di piccoli appuntamenti online, perché è assolutamente significativa in questo momento a parer mio e capirete perché proprio dagli appunti … oltre che perché  stupenda … ma questo va da sé trattandosi di fotografie di Alessandro.

“Un semplice desiderio di esistere

Ecco uno dei motivi per cui è un capolavoro questa fotografia. Perché tra le prime cose cui la mente va è questo pensiero, con la leggerezza dovuta, con la profondità desiderata  da ognuno di noi.

È una foto destinata a “contaminare” la fotografia così come la conosciamo e la accettiamo troppo spesso, “pervertendo” e minando i presupposti precostituiti che circondano e supportano l’ideologia insidiosa di una cultura fatta di convenzioni.

È il movimento, la prospettiva, la tua esperienza che compaiono forti. Ma più di tutto la tua posizione, il tuo coinvolgimento nelle situazioni che documenti – a livello fisico, estetico, sportivo ma persino etico – e questo respira in questa foto. La tua partecipazione attiva nelle situazioni si evolve in questa fotografia  a tal punto da darti la responsabilità di far credere all’osservatore che la libertà esiste. Non è una responsabilità etica da poco. 

 

Perché la fotografia è l’unico “linguaggio” – insieme allo spazio unico della scena – capace di trasmettere in tempi brevi e in modi efficaci un’immagine positiva di tutto un sistema sociale. Di questi tempi sarebbe bene ricordarlo. E tu sembri saperlo, e saperlo fare molto bene.

È una fotografia che fiata di vissuto, che arriva dal corpo e vi respira, senza automatismi né artifici tecnicistici. Arriva diretta dagli occhi al grado di corpo più indelebile per l’osservatore: sotto pelle. 

È una “propaganda antimetodo” se vogliamo vedere … la deformazione – eppur bellissima – della scultura del corpo, l’asimmetria, una qual rivoluzione cercata nello scenario e negli elementi che la contengono, eppure il tuo puntinismo compositivo e di scelte di ciò che è in primo e secondo piano, di ciò che è attivo e passivo, di quello che ci obblighi ad andare a cercare muovendo l’occhio in ogni cono d’ombra e di luce della foto.

Modelli lo spazio, eppure così intangibile intorno a lei, gli dai una forma che ci permette di esplorare cosa sta succedendo, lì, nella realtà, nelle varie fisionomie che assume per noi quello che ci vuoi far vedere, il suo significato.

E la sua importanza. Senza mai farci perdere di ritornare al fatto che lei è una nuotatrice ma permettendoci di aprire visioni. 

L’esistenza in fondo riguarda la ricerca incessante di una vita piena di intensità, una sorta di corsa ricorrente, sempre anche alla ricerca di qualche perdita di equilibrio o di un tuffo nel vuoto. Come questa fotografia. Un semplice desiderio di esistere.

Per questi ed altri motivi che finirò di scrivere in questi giorni, questa foto è un capolavoro”.

FEDERICAPAOLA CAPECCHI

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ALESSANDRO TROVATI E UN ICARO RIUSCITO

Guardando, leggendo una fotografia bisognerebbe identificare subito alcuni elementi fondamentali tra i quali la luce, i piani, la tonalità, l’inquadratura, il punto di vista, i soggetti, la struttura e la dinamicità.

 

E nelle fotografie di Alessandro Trovati li identifichiamo sempre, subito, tutti. Uno più perfetto dell’altro. Come veniamo catturati, in un istante da qualcosa di sublime, dalla sua immaginazione pura, campo di azione di un grande fotografo anche creativo e dal Bello, sintesi tra immaginazione,  invenzione e visione.  

L’insieme di tutti questi elementi, e una assoluta e suggestiva bellezza formale, tanto quando lavora in bianco e nero quanto a colori, ci svela che Alessandro Trovati con le sue fotografie riesce a compiere anche un ribaltamento del concetto di Sublime Romantico, dove l’uomo poteva solo accettare passivamente, contemplare in estasi tutto ciò che non è in grado di comprendere né contenere. Alessandro Trovati, al contrario, con la sua fotografia da vita ad un Icaro riuscito, che non contempla, ma agisce.

Una riflessione nata su una foto in particolare della Sky Winter 2018 – Clouds or snow – ma che ritorna costante in molte fotografie delle Olimpiadi in mostra.

L’atleta, tanto quanto le sue gesta, sono a tal punto attori della scena e del momento nello sguardo di Alessandro Trovati, da crearlo il cielo o la neve, invertirli, inventare nuove e ulteriori forme di un paesaggio o panorama o stadio o velodromo alle loro spalle; rendendo zone d’ombra e colori sensazioni accoglienti e morbide tanto quanto calde, dirette e assolute. Questo Icaro riuscito fonde differenti luci in una quantità di luce ambientale unica che pure sembra cangiante, come se passassimo tutte le fasi, dall’alba al pomeriggio dove il sole è alto e caldo, in quel solo attimo liberato nella fotografia.

E le grandi foto sono anche sempre una ricompensa alla capacità di concentrazione e ricettività.

Una grande foto è anche intrisa di mistero. Quell’arcana capacità di Alessandro Trovati di continuare il racconto, prima e dopo, oltre e fuori dall’inquadratura e dai bordi della fotografia stessa.

Ogni fotografia di Alessandro Trovati è in sé, e in qualche modo, misteriosa.

Qui Minor White dunque ci chiederebbe “cos’altro è” la fotografia. Sì è lo sport, o meglio, la sua anima. Siamo d’accordo. E per di più in un gioco dialettico anche con l’ambiente (cielo, terra, mare) ma … cos’altro è?!

Alessandro Trovati non ha bisogno di espedienti tecnici come per esempio l’effetto panning, (raramente lo usa e più per virtuosismo che per ricerca), perché, per esempio, il movimento è consustanziale al suo sguardo, prima ancora che ai suoi occhi e alla sua testa. Come la sintesi. E dunque non ha bisogno di orpelli per restituircelo in forma di libertà.

 

Un movimento e una sintesi che ci arrivano con la stessa potenza e velocità della prestazione atletica che stiamo osservando: non sono congelati, non sono fermati, mai, ma anzi in continuo divenire per ogni secondo del nostro sguardo, obbligandoci a vedere, e non semplicemente a guardare. Perché movimento, sintesi, essenza e racconto continuano prima e dopo la fotografia, oltre e fuori dai bordi della foto stessa.

Una differenza molto importante tra il colore e la fotografia monocromatica è questa: in bianco e nero suggerisci; a colore affermi”. Paul Outerbridge

La fotografia di Alessandro Trovati afferma altresì con fermezza quanto sia reale che la fotografia non cattura! ma libera il momento dal fluire della realtà.

 

Cos’altro è dicevamo … Appunto. Non contemplare ma dominare la realtà e il suo fluire. È una questione di mentalità, di atteggiamento. È lui stesso l’atleta dell’evento.

Cos’altro è.

 

La consapevolezza del saper raccontare storie, il piacere di avere questo compito di rivelarle in tutte le sfaccettature; è la maestria di farlo, compiutamente e creativamente, in quella misteriosa quanto libera frazione di istante irripetibile. Tutti continueranno a raccontare di quel momento, pur senza averlo mai visto.

E così questo Icaro riuscito muove occhio, sguardo e mirino su neve, nuvole, mare e terra; avvolge e distingue, trasforma e crea atleta, ambiente, situazione, prestazione, nell’elemento ideale per sperimentare la sensazione di libertà. Un territorio dove la fatica fisica, i vincoli tecnici sembrano scomparire e i corpi degli atleti – che poi ci sembrano uomini come noi – sembrano sempre librarsi nell’aria come uccelli.

 

Cos’altro è.

Nelle fotografie di Alessandro Trovati non ci limitiamo a guardare la foto, ma la comprendiamo ed arriviamo a vederla.

La fotografia dei grandi.

Quella che sa cos’è la luce, e sa giocarvi con maestria, quella che ha la consustanziale attitudine a far emergere forme e dettagli grazie a passaggi chiaroscurali (tanto nel bianco e nero quanto nel colore), quella in cui le ombre assumono la stessa importanza degli oggetti, delle persone, degli spazi che le producono; quella che ha ritmo, tempo, le pause.

Quella fotografia che ci restituisce i protagonisti di vicende epiche, persone, e assolutamente “al presente”, come tangibili le loro storie, forse anche i loro pensieri, in quella nuvola di sudore che immaginiamo evaporare nel cielo. Quella fotografia che ha inquadrature sapienti, sempre molto equilibrate, articolate, che chiedono all’osservatore di essere attivo in ogni senso – anche nei sensi – muovendo l’occhio e lo sguardo in ogni spazio e tempo della fotografia, oltre ogni soggetto attivo o passivo o in primo piano.

 

Perché è qui, in questa formula visiva e narrativa che conchiude ogni sfumatura e azione, che si svela il senso della realtà che Alessandro Trovati ha scelto di liberare e raccontare.

Una fotografia, è l’arresto del cuore per una frazione di secondo”. Pierre Movila

Dinanzi alle fotografie di Alessandro Trovati il cuore sì, si arresta per una frazione di secondo … per poi rimettersi in moto, libero, nel ritmo e nella danza di un racconto meraviglioso.

FEDERICAPAOLA CAPECCHI 

ALESSANDRO TROVATI